Città Tonica
Un'epidemia di gin, un'invasione straniera, una città modello: un estratto da Città Tonica, un racconto che ho scritto per Einaudi.
Ciao. Oggi condivido un estratto da Città Tonica, un racconto breve che ho scritto per i Quanti di Einaudi, uscito qualche giorno fa. Parla di Londra, di bere male e abitare peggio. È disponibile in digitale sui siti dove si comprano i libri.
Questa è Collisioni, la newsletter mensile trimestrale semestrale di Angelo Zinna. Che sono io. Racconto storie da mondi che si scontrano ai confini d’Europa. Mi puoi contattare su Instagram o rispondendo a questa email.
Cos’è Città Tonica
Città Tonica è un racconto di una quarantina di pagine, che fa parte dell’ultima collezione dei Quanti di Einaudi. Il tema di questa edizione era “bar”. È un racconto che parla di autodistruzione, di proibizionismo e di vivere in una città senza mai abitarla. Si legge in un’ora.
Ci sono pochi luoghi in cui ho passato tanto tempo quanto il bar: capovolgere bottiglie mi ha permesso di vivere in tre continenti ed entrare in contatto con tantissime persone così diverse l’una dall’altra. Sono molto grato a quel periodo della mia vita: da tanto tempo pensavo di scriverne e questa uscita dei Quanti è stata l’occasione per unire un po’ di punti.
È passato quasi un anno da quando ho parlato per la prima volta con Giulia Priore di Einaudi di questa idea e sono contento che abbia finalmente preso forma. È sempre bello, e un po’ strano, vedere pensieri che diventano cose. Ringrazio Giulia per la guida e Rossella Monaco dell’agenzia letteraria La Matita Rossa per il supporto.
Città Tonica inizia così:
Judith Defour
D’inverno, a Londra, non si fa altro che parlare del tempo. Della pioggia, delle temperature, della durata delle giornate. Di ombrelli, di vitamina D, di nostalgia per un altrove piú mite. Ed è vero: fa freddo, piove. Ma non è poi cosí male, esistono luoghi di gran lunga piú ostili. Ci si abitua in fretta, sia ai giorni che si fondono gli uni con gli altri sia allo small talk. Di qualcosa bisognerà pur parlare. Passa tutto. Basta non pensarci troppo, basta non fermarsi. Non è poi cosí male. Doveva essere uno di quei giorni, una domenica di gennaio simile a tutte le altre domeniche di gennaio, quando Judith Defour iniziò il turno di notte in uno degli stabilimenti tessili dell’Est di Londra, poco dopo aver ammazzato sua figlia e averne abbandonato il corpo in un campo nel quartiere di Bethnal Green.
Quella domenica era un giorno come tanti per Judith, per Londra, per il 1734. Non fosse per le testimonianze registrate sulle carte dell’Old Bailey, il tribunale centrale della città, il figlicidio si sarebbe perso tra le migliaia di decessi infantili contabilizzati sui bills of mortality, i bollettini della morte, di quell’anno. La mortalità infantile era piú che raddoppiata dall’inizio del sedicesimo secolo, raggiungendo il suo picco alla metà del Settecento, quando due terzi di tutti i bambini di Londra, ricchi e poveri, morirono prima di aver compiuto il loro quinto anno di età. Piú di tredicimila bambini vennero sepolti nel 1734. Statistica. I decessi non impedivano alla città di continuare a crescere.
Judith Defour era un insignificante ingranaggio di quella macchina inarrestabile, diventata involontariamente simbolo oscuro di un’era in cui la città era proiettata a diventare la piú grande del mondo e, a detta dei commentatori conservatori, a un passo dal collasso sociale. Judith aveva cominciato a lavorare all’età di dodici anni, come tanti bambini dell’epoca, per artigiani locali. Il cognome francese non era un tratto poi cosí particolare: i suoi genitori, tessitori di professione, erano tra le migliaia di rifugiati protestanti che avevano oltrepassato la Manica e piantato radici nell’Est di Londra, una città che già allora si sosteneva grazie al flusso di persone in arrivo dall’estero e dalle campagne.
Judith Defour lavorava ogni notte, seduta davanti al filatoio per circa dieci ore, per due scellini alla settimana. Il futuro era incerto. Filare la seta, allora, era un lavoro di precisione per il quale erano richieste caratteristiche particolari: mani piccole, dita affusolate, tanta pazienza. Gli orfani erano tra le categorie piú desiderate dagli imprenditori. Una massa di donne e bambini passava la vita a intrecciare fili, uno alla volta, a Bethnal Green, Spitalfields, Shoreditch e gli altri quartieri a est del centro. Judith aveva filato la seta per quindici anni prima di entrare in contatto con persone che, a detta del tribunale, la portarono sulla cattiva strada. «Ha avuto un figlio bastardo, che è morto», si legge sui documenti, «poi un altro, che ha ucciso lei».
Non era ancora arrivata la tecnologia che presto avrebbe cambiato tutto e nessuno poteva immaginare che nell’arco di pochi decenni la rivoluzione industriale avrebbe trasformato non solo quel mondo, ma il mondo intero. In quell’enorme matassa di fili che sembravano connettere interi quartieri, Judith Defour ci era nata e rimasta legata per trent’anni, fino a quando un ultimo laccio non le era stato annodato attorno al collo.
Gin Lane, Londra, 1751
Beer Street & Gin Lane
William Hoghart (1751)
Città Tonica è disponibile in formato ebook qui. Se lavorate in un bar ve lo regalo. Se lo comprate e mi fate sapere cosa ne pensate, mi fa piacere. Se lo comprate e non mi fate sapere cosa ne pensate, mi fa piacere lo stesso. Alla prossima.







Letto. Carino. Avevo già letto Un altro bicchiere di Arak e confermo che mi piace la tua scrittura